Silvia Ferrari, 2009
All'inizio è un campo bianco, uno schermo indistinto reso vivido dal movimento della pennellata fluida di colore. Poi ne segue un altro, un altro e ancora un altro; ognuno con diverse vibrazioni, densità e velature. La superficie monocroma è inquieta e muta da un riquadro all'altro. E' il presagire di un accadimento che avviene poco dopo: il segno. Dapprima esso delimita: campi e aree da cui affiora il supporto puro della carta. Poi delinea: una mano, un arto, un profilo, una figura intera e la sua immagine riflessa. In una progressione apparentemente senza fine, scorrono in fila i molteplici disegni che mostrano, per stadi successivi, secondo impercettibili cambiamenti nel soggetto, le minute vicende di una bambina alle prese con le piccole conquiste quotidiane.
Così si sviluppa l'installazione di Valerio Berruti, dal titolo E più non dimandare, in centinaia di opere su carta allestite in lunghe serie sulle pareti del piano ammezzato di Palazzo Santa Margherita, a ricoprire tutti gli spazi possibili, finendo per adattarsi ai dettagli architettonici, passando sotto ai corrimano, ritagliandosi intorno ai profili della scalinata, correndo come un fregio sopra le colonne del ballatoio. Fogli e fogli ordinati rappresentano un grande libro dispiegato sulle pareti dell'ambiente.
Questi disegni, dalla dimensione standard di 40 per 60 centimetri, costituiscono i singoli fotogrammi che ripresi in sequenza danno vita alla breve videoanimazione trasmessa nello stesso spazio dell'installazione, confrontandosi con la propria materia originaria.
Il soggetto dei bambini è centrale nella vicenda artistica di Valerio Berruti che proprio a partire da questo ha elaborato da diversi anni uno stile personalissimo, riconoscibile nel ricorso a un segno scarno ed essenziale e nell'uso di tecniche e mezzi “poveri”, come l'acquerello e il pastello su carta da spolvero, o l'affresco. L'attenzione alla dimensione dell'infanzia, e in via più privata all'ambito delle relazioni e degli affetti familiari, non si risolve certo nel racconto autobiografico; come dichiara lo stesso artista, “disegno bambini perché tutti nei bambini possono riconoscersi”. I suoi protagonisti, i suoi “piccoli eroi del quotidiano”, come sono stati definiti, sembrano incarnare un odierno fanciullino pascoliano che incontra con innocenza e stupore i piccoli ostacoli di un mondo interamente da scoprire, da conoscere e di cui interrogarsi ostinatamente di fronte alla inspiegabile realtà quotidiana.
Un forte senso del sacro accompagna infatti i semplici gesti della bambina ritratta nei disegni di Berruti: i primi passi, il riconoscimento di sé nell'immagine allo specchio, la sperimentazione dell'equilibrio e del proprio corpo nello spazio e in relazione ai pochi elementari oggetti che lo abitano. Si tratta quasi di una ritualità lirica, sebbene dettata dal caso, dall'improvvisazione del momento (si potrebbe dire jazz, conoscendo le predilezioni musicali dell'artista).
L'installazione di Valerio Berruti, nell'espressione essenziale e pura così come nell'interazione tra mezzi così distanti come il video e il disegno, continua a parlare di un unico tema, quello della narrazione attraverso il disegno. Guardando a Giotto come maestro di purezza e forza del disegno, Berruti apprende e rinnova l'antica narrazione di storie sacre affrescate nelle grandi basiliche, laddove ampie fasce di pareti dipinte riportavano in riquadri successivi i protagonisti e le vicende religiose come insegnamento e monito ai fedeli. Nelle fasce “istoriate” di Berruti, si racconta invece di un universo minimo, domestico e ancora privo di quella necessità di distinguere tra il bene e il male; riquadri ripetuti in modo seriale, come fasce ornamentali che finiscono per fondersi proprio come affreschi alle pareti dello spazio, sembrano protendere in un tempo infinito, assoluto il momento dell'infanzia, nella spontaneità e immediatezza dei suoi protagonisti, come istante privilegiato della sacralità della vita.