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Assenza di pathos - La condizione di fugacità
Appunti sull’opera di Valerio Berruti
Lóránd Hegyi, 2005

Il silenzio, la semplicità, la banalità, l’anonimia, l’immobilità, l’atemporalità, l’assenza totale di qualsivoglia evento e un’obiettività materiale,apparentemente neutrale, sono gli elementi che caratterizzano i disegni e i dipinti di Valerio Berruti. Figure umane, bambini e adulti, talvolta accompagnati da un cane, talvolta in uno spazio identificabile, in un ambiente naturale o architettonico, in una situazione che appare familiare, ma perlopiù in uno spazio vuoto, senza riferimenti concreti e senza indicazioni esplicative o didattiche. L’osservatore deve concentrarsi sulle figure, poiché non esiste nessun altro elemento narrativo evidente e rivelatore. Le figure contengono tutto ciò che in questo sobrio mondo dei piccoli personaggi viene presentato e offerto. La loro posizione, i loro gesti, il loro sguardo, la loro presenza silenziosa manifestano un’offerta modesta e per nulla spettacolare:un’offerta di se stessi, in quanto creature uniche, ma di fatto completamente insignificanti, neutrali, irrilevanti, lì solo per comunicare qualcosa o provocare cambiamenti o effetti senza obiettivi e senza pretese, senza il minimo scopo. La loro totale indifferenza evoca una permanenza delle cose senza avvenimenti di rilievo, per cui anche l’essere umano esiste in questa neutralità e stabilità immobile.

Fanno presa su di noi, senza volerlo. Ci colpiscono, senza toccarci o senza volerci percepire. La loro modestia e la loro immobile disponibilità senza meta e senza tempo trasmettono un’oggettività impersonale, concreta e indifferente che inaspettatamente suscita comunque risonanze emozionali. Questa emozionalità secondaria nascosta e non voluta è il risultato del contesto socioculturale di colui che percepisce, il quale è stato incluso in una situazione emozionale piuttosto velocemente e direttamente, vale a dire nel contesto dei ricordi dell’infanzia, degli antichi e familiari souvenir delle microcomunità della cerchia familiare, degli amici, dei compagni di scuola e dei piccoli gruppi caratterizzati da legami emotivi forti, stabili, quasi assimilabili a una condizione.

E qui ritorniamo ancora una volta al concetto di stato, che contiene sempre qualcosa di permanente, duraturo, immutabile, sostanziale e quindi oggettivo, concreto, neutrale, non voluto e casuale. Le opere di Valerio Berruti trasmettono contingenti dell’immagine semplici, facilmente percepibili, emblematici e diretti della condizione deipiccoli personaggi, i quali non solo riempiono il nostro mondo, ma sono identici al nostro mondo interno, costituito da esperienze ed emozioni, da ricordi ed eventi.

Forse qui si può cogliere il paradosso leggermente irritante del lavoro di Valerio Berruti.
Da una parte egli opera con un metodo della rappresentazione il più possibile neutrale delle figure tratte dalla vita quotidiana di tutti coloro che vivono nel nostro contesto socioculturale occidentale. Le immagini sono sì conosciute e familiari, ma contemporaneamente estranee e interiorizzate. La distanza rispetto all’oggetto della rappresentazione non deriva da un intento estetico, bensì dalla banalità della conoscenza del rappresentato.

I piccoli personaggi ci risultano così tanto conosciuti e familiari da non essere percepiti come dettagli peculiari, come una specie particolare e per nulla come personalità pure con le loro caratteristiche specifiche, bensì come cose delle nostre realtà di vita naturali, mai singolari e personificate, da percepire concretamente e soggettivamente, completamente neutrali e di conseguenza forse indifferenti. Si tratta di cose o, per meglio dire, di fatti o addirittura, più precisamente, di parti integranti del nostro mondo costituite da reali esperienze personali, vicende emozionali, modelli attitudinali imparati e vissuti, conseguiti e interiorizzati, forme di comportamento sociali, regole di gioco socioculturali apprese e personificate.
Il paradosso sta nel fatto che questa concreta naturalezza neutrale delle immagini, ben note e mai percepite nei loro dettagli particolari e nelle loro peculiarità specifiche, dei piccoli personaggi della nostra realtà quotidiana provoca al tempo stesso indifferenza ed empatia. Siamo nel contempo completamente disinteressati e neutrali nei confronti delle immagini, che non mostrano nulla di diverso, di nuovo e men che meno di personale, di specificatamente interessante, che non sia ciò che abbiamo sempre visto e continuamente avuto e, nonostante ciò, ci troviamo inevitabilmente e irresistibilmente coinvolti da un punto di vista emotivo, perché le immagini sono le nostre proprie immagini.

Le nostre proprie immagini comprendono la conoscenza delle cose che vediamo e la sensazione di appartenenza al contesto, costituito dalle cose viste. In questo senso Marco Meneguzzo parla del significato della sensazione di appartenenza come chiave dell’interpretazione di un “decoro della classe media: ... ciò che rimane è rappresentato da un formidabile catalogo di atteggiamenti formali legati alla manifestazione di sentimenti forti: di appartenenza (allo stesso gruppo familiare), di gerarchia (genitori e figli, figli grandi e piccoli, persino bambini e bambine), familiarità, amicizia, affetto filiale, insomma tutto ciò che una volta avremmo definito ‘decoro della classe media’. Oggigiorno queste convenzioni non esistono più, ed è proprio quel vago senso di nostalgia che le opere di Berruti portano alla luce – ma le forme esistono veramente...”. Berruti opera con questa forma, in particolare attraverso l’allusione alla fotografia, alle attitudini stereotipate e all’oggettività neutralizzante che crea una distanza, pur conducendoci esattamente nell’altra direzione: la direzione della localizzazione della nostra antropologica conoscenza di noi stessi.

Osservando molti disegni e dipinti di Valerio Berruti, abbiamo l’impressione che si tratti di qualcosa dioggettivamente personale. Personale nel senso dei dettagli delle persone rappresentate, con il loro carattere specifico, inconfondibile ed effimero, ma egualmente o ancor di più nel senso del significato personale dei piccoli personaggi che in realtà sono importanti solo per l’artista, perché appartengono al suo mondo. Agli occhi dell’osservatore dovrebbero essere del tutto insignificanti, poco interessanti e indifferenti, appunto perché sono solo personali, perché rappresentano solo una particolarità privata. Ma è qui che si crea la trasformazione sostanziale, è qui che si presenta la svolta fondamentale: ciò che è solamente il personale puramente privato e particolare diventa lo stato sostanziale oggettivo, compreso dalla collettività. Con il fatto che la rappresentazione di questi piccoli personaggi (uomini e donne, adulti e bambini, umani e animali) è mostrata nella sua esclusiva particolarità privata, quest’ultima viene percepita come stato oggettivo nel contesto comune. La fugacità e la fragilità dei piccoli personaggi non sono solo il loro destino, la loro entità, ma è la condizione di ciascuno che noi, sconosciuta e impersonale, conosciamo molto bene. Parimenti, le forme di comportamento, che conosciamo dall’interno, non sono solo cornici esterne della comunicazione sociale e dei rapporti interpersonali, bensì parti integranti della nostra essenza. Valerio Berruti ci mostra che si tratta della nostra essenza, che la fragilità e la fugacità appartengono alla nostra condizione, che non esistono altri mondi, che non ci sono illusioni, nessuna via di fuga: tutti si trovano nell’attualità permanente che si trasforma sempre e subito in passato.

Le figure di Berruti esistono nella contemporaneità eterna, permanente, immutabile, senza l’intenzione di realizzare qualcosa, senza la pretesa di un cambiamento teleologico. Tanto più i piccoli personaggi sono identici con il loro presente, tanto più non riflessi essi vivono il loro presente, il loro attuale momento dell’esistenza come eternità, come realtà perdurante, quanto più forte l’osservatore avverte la caducità, l’insostenibile fragilità del presente, l’inevitabile potenza del trascorrere del tempo, l’inarrestabile scomparsa del presente.

Con la sua oggettività concreta, precisa, priva di pathos e silenziosa, Valerio Berruti ci mostra lo stato della perdita costante, per cui l’unica cosa duratura, che può riempire la realtà della condizione del continuo scomparire del presente con un’altra realtà, è l’amore: egualmente oggettivo, silenzioso, senza pathos e sostanziale, come la realtà dello scomparire. L’amore come condizione permanente conserva i momenti significativi del presente che inevitabilmente diventa passato; esso costituisce la garanzia della permanenza e dell’empatia, è la base della memoria e della partecipazione che conservano la nostra integrità umana. È questa emozionalità priva di pathos e profonda che risplende dalle immagini coraggiosamente semplici, sobrie e discrete di Valerio Berruti.

 

 

Vittoria Coen, 2005

All the things that are.. are musical" (Richard Crashaw). Decisamente avverso al tema della violenza e della depravazione disperata, che tanto spazio occupa nei toni correnti di molte espressioni dell'arte contemporanea, l'arte di Valerio Berruti sceglie i "bambini". Non c'è, però, in questa scelta, il roseo profumo di vecchie cartoline augurali, non c'è l'opprimente ridondanza decorativa, non ci sono gli sguardi compiaciuti e le premonizioni di grandi destini di un futuro da campioni. I bambini di Berruti sono naturalmente reali, dolcemente quasi disarmati, da soli o accompagnati da una presenza adulta, perché la famiglia c'è. Sono un'ipotesi di un passato che potrebbe essere anche il nostro passato, momenti di un'infanzia dimenticata per forza di cose, che qualche volta riaffiora da una vecchia fotografia e ci dà un po' di stupore: eravamo proprio così? E dov'è finita quella maglietta che amavamo tanto? Non c'è niente di banalmente convenzionale nelle forme semplicissime, anonime, non ci sono protagonismi. Così vere e semplici, le figurette si direbbero lineari prototipi di un'umanità che dovrà crescere, che farà cose, che ha in sé potenziali segreti di armonia, che è dentro le cose, anche in quelle che non si vedono. Nella serie dei santi bambini c'era un'intenzione laicamente affettuosa. Radicare nell'infanzia le storie era, accanto alla scherzosa pseudo-identificazione, un modo efficace di avvicinare immagini della memoria e della tradizione ad un umano costantemente presente.

Era un modo di umanizzare l'iconografia sacra e la leggenda avvicinandole al tessuto di cui è fatto da sempre il nostro vivere. Non c'era, non c'è mai stata, io credo, nelle intenzioni di Berruti, nessuna ideologizzazione dell'infanzia, alla quale qualche artista ha voluto dare un'impronta, una veste primitiva, immaginando che un popolare arcaico esprima meglio il mistero. Strutture elementari, identificazione negata anche quando il titolo è chiaramente allusivo: ogni referente è immanente nel soggetto fisico, l'immagine è autosufficiente, non ha bisogno di rimandi e di traslazioni per comunicare ciò che l'artista vuole esprimere, oggi per Berruti, decenni fa per Andy Warhol. E allora qual è il senso di un'operazione che ha allineato figurette sorelle, tanto simili fra loro da essere quasi indistinguibili, tipi piuttosto che individui? Quanto più ridotto è il principio d'individuazione tanto maggiore è la possibilità di riconoscersi nel bambino, nel ragazzo, nella madre, nel "figlio prediletto" (tutti i figli sono prediletti?).

Il tratto così deliberatamente schematico allude ad una diversa concezione della categoria dell'essere, e la tecnica dell'affresco risulta funzionale, insieme con i colori delicati, alla trasmissione di una particolare situazione di sospensione. Anche se si assomigliano i cuccioli di Berruti sono realtà in movimento, sono forniti di un prima e di un dopo. Sono fissate, queste realtà, nell'opera dell'artista, perché ci si ricordi che nella loro cosiddetta normalità ci sono universi possibili, come era già dalla nascita, nel nostro compagno di banco malgrado l'uniformità dell'abbigliamento, dal fiocco, dalla pettinatura, da quell'indefinibile non so che, segnale insostituibile che ci consegna tutti alle nostre storie. Come l'artista sottolinea queste immagini richiamano al frammento, al fotogramma singolo, che in un attimo congela un gesto, un sorriso, "risa bloccate". Berruti parla di "composizione musicale", di "pentagrammi" sui quali i piedini dei bambini si appoggiano metaforicamente. E non c'è alcun formalismo in queste forme, ma una promettente implicazione di armonia. Ora Berruti ci confida la sua volontà di far rivivere "le atmosfere innovative" create dal Gruppo Fluxus in anni di grande fervore artistico. Dare forza all'antica aspirazione della sintesi delle arti, coltivata sin dal Rinascimento e cercata e proclamata con vigore dalle avanguardie del Novecento, è stata infatti proprio l'aspirazione degli artisti che negli Anni Sessanta hanno dato vita al movimento opportunamente chiamato, appunto, Fluxus. Fluire e confluire, scorrere e incontrarsi in sintesi mobili e provvisorie, era piaciuto anche ai futuristi, ai dadaisti. Erano spinte rivoluzionarie, alternative, spavaldamente provocatorie.

Muoversi su tanti piani, nella sintesi delle arti; non c'erano globalizzazione né omologazione, ma incontri di una creatività che poteva rinnovare continuamente strumenti e produrre novità aggiungendo un rilievo nuovo al gesto e all'acquisizione della quotidianità nel suo farsi, senza preclusioni, senza pregiudizi. E' dunque un atteggiamento concettuale quello che restituisce all'oggetto artistico un valore autonomo, indipendente dai materiali e dalle tecniche. Qui, nelle tele di Berruti, l'oggetto artistico è leggibile, tangibile, commentabile. Ma non è un documento immobile. La sintesi di suono e segno non è la cancellazione delle componenti, ma il dipanarsi di un potenziale ordine formale interno alle cose, una ricerca attenta e amorosa d'armonia. Mantenendo fermamente al suo posto il soggetto, i bambini, proponendolo nella sua forma consueta e ben nota, lo si libera dagli eccessi di concretezza che nell'insistenza dei dettagli appesantirebbe e, proprio per questo motivo, creerebbe una non certo desiderata assenza di significato.

Il presente quotidiano della divisa scolastica dei bambini di Berruti, così prosaica in sé, sconfigge ogni tentazione di lettura asettica, paradossalmente. Propone invece un ritmo vitale, una melodia che si inventa nei possibili movimenti di queste sagome infantili. Una melodia latente che non verrà mai scritta sulla carta, ma che si ascolta con la memoria dei suoni che ognuno di noi potrebbe aver conservato dal suo passato. Primary offre una presenza non ostentata, non esorbitante. Quel tanto di fisicità che vi si legge si smaterializza, scivola via verso toni immaginati che si muovono in una libertà senza confini, e tutto è evento. Le forme suggeriscono movimento e suoni, sviluppando delicatamente i segni del loro dinamismo interno su inedite e private lunghezze d'onda. Così mentre noi guardiamo i bambini, guardiamo dentro noi stessi e torniamo indietro nel tempo.

 

 
 
   
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