Arte, santità e secolarizzazione
Maria Cristina Strati, 2004
Nel noto saggio del 1937 sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, il pensatore tedesco Walter Benjamin annunciava la perdita dell’auraticità dell’arte contemporanea a favore, appunto, della sua nuova prerogativa di essere riproducibile in innumerevoli esemplari, anche soltanto fotografici. Dal punto di vista di Benjamin, la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte determina una caduta del carattere sacro attribuitole in epoche precedenti. Si può tuttavia osservare come, alla scomparsa del carattere auratico dell’opera, corrisponda un’uguale trasformazione del concetto di sacro dal punto di vista storico-sociale e religioso più generale. A grandi linee, questo fenomeno è stato genericamente inteso dai filosofi col termine di “secolarizzazione”.
Reinterpretando alcuni spunti tipologici e formali propri dell’iconografia religiosa classica, con un’operazione che prende volutamente le distanze dalla “tradizione” a favore di una reale “applicazione” alla quotidianità, i lavori recenti di Valerio Berruti si rendono così interpreti di un sentimento fondamentale della nostra epoca, un sintomo della sua crisi e della trasformazione in atto.
In particolare, gli ultimi lavori si concentrano sul tema delle figure di Santi. Questi sono colti però nel momento innocente e ingenuo della loro infanzia: ciò che vediamo sono bambini, in atteggiamenti consueti e in abiti che appartengono alla quotidianità dei nostri tempi. Le raffigurazioni non sono scevre da un sano atteggiamento ironico e intendono rendere conto di uno stato particolare: quello del “prima”, dell’inconsapevolezza della santità. Ciò che appare è insieme il drammatico presentimento di un destino tragico misto a un sentimento di ingenuità e purezza infantile, quasi che il destino di santità sia poi attribuito forzatamente alla vita di esseri ignari e inconsapevoli.
L’incoscienza e l’irresponsabilità innocente dell’età infantile, cui è preposto fatalmente un destino eroico e a dir poco tragico (si pensi alla morte di santa Caterina sotto tortura, la fine drammatica di san Giovanni Battista), si mescola alla percezione della storia come destino da compiersi. Una scelta se non inesorabile, almeno irreparabilmente già decisa: come un dato storico cui non si possa porre rimedio e che sia possibile osservare da lontano, dalla distanza del non-ancora-accaduto.
Così, nel ritmo tragico dell’alternanza e dell’interazione tra destino, uomo e storia, le vicende piccole e personali si intrecciano alla prospettiva storica universale, quasi come se la persona fosse trascinata in un incontrollabile vortice di eventi. Come si trattasse di personaggi sull’orlo di un precipizio, che non possano ancora vedere con certezza ciò che accadrà, ma che intuiscano l’imminenza di un futuro tragico.
Sono figure disincantate, figure della fine di un’epoca e insieme personaggi di una storia con la esse minuscola. I loro sentimenti e le loro intuizioni possono presentire il futuro, senza essere capaci di evitarlo. Viste con gli occhi dei bambini, le loro vite appaiono gravide di un destino che le taglia obliquamente, e le segna senza possibilità di salvezza umana.
Date queste premesse, ne consegue che la rielaborazione delle figure di santi non si configura, in questo caso, come un’opera di desacralizzazione.
Si tratta piuttosto di un (ritorno al) sacro epocalizzato, anzi secolarizzato; visto cioè attraverso la lente dell’attualità, con un lavoro che evoca il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e altre operazioni analoghe.
E’, insomma, la riscoperta di una vicinanza (umana più e ancor prima che religiosa), di una radice culturale e insieme di un’apertura sul panorama agitato e inquieto del nostro pensare attuale.
Come già avveniva per alcune opere precedenti, anche in questi ultimi lavori Berruti dipinge le immagini dell’attesa, del tempo sospeso. Si avverte un’accentuata dimensione temporale, l’intenzione di produrre in chi guarda la sensazione di un tempo trascorso o da trascorrere. Si tratta sempre di un tempo che ha da fare con la sospensione, con un attendere in cui non vibra l’assenza, la mancanza di ciò che si sta aspettando, ma che esaurisce in se stessa il proprio significato, sempre restando sul confine tra razionale e reale, pensiero ed emozione.
Se ciò era soprattutto vero per i quadri della serie Waiting, gli ultimi lavori mantengono la sensazione vaga di sospensione, presentimento e inquietudine esistenziale di un tempo a venire e la trasformano in un sentimento del destino da compiersi.
Sono ancora figure spezzate, interrotte, non finite; icone dell’attesa e di tutto ciò che è in grado di evocarla e di suggerire il sentimento inquieto del non-ancora o dello stare-per: ma l’attenzione si sposta sul volto umano, l’attesa si fa premonizione e presentimento del destino personale.
Pur mantenendo a grandi linee lo schema classico delle figure, le immagini tradizionali del sacro si lasciano interpretare da personaggi comuni, da persone qualunque, che ogni giorno possiamo incontrare. Si genera così un sottile, quasi impercettibile, ma inesorabile scivolamento dal tempo della quotidianità verso il tempo secolare. E ancora, dal tempo secolare verso il tempo dell’infanzia: quello che per sua natura si configura come teso verso un futuro ancora ignoto, ma di cui si avvertono i primi sintomi, i segnali confusi di ciò che sarà e persino della morte.
Per secolarizzazione i filosofi intendono il modo in cui, nell’epoca post-moderna, le figure del sacro, le dottrine religiose ecc., scendono a patti con l’epoca presente e si trasformano, trovando una nuova identità.
In tal modo ha luogo una sorta di discesa progressiva, una concreta incarnazione fisica nella dimensione terrestre e umile. Questo processo di scesa a patti con il secolo è un destino bensì ineluttabile, ma non necessariamente doloroso: anche se nelle piccole storie dei santi bambini la possibilità del riscatto dal destino tragico appare ormai segnata come impossibile, la drammaticità delle figure è stemperata dalla loro inconsapevolezza, dall’ironia del soggetto e, a tratti, dalla noncuranza dei loro gesti.
Allo stesso modo accadeva per gli angeli della pala d’altare: che erano caduti, avevano perso le ali e insieme la possibilità di volare. Erano, manifestamente, sculture, opere appese, figure en abîme che animavano tele non interamente dipinte. Così una giovanissima Maria guardava in alto, ne L’Annunciazione, con gli occhi un po’ spaventati e sperduti: è incapace di porre resistenza, accetta senza limiti il proprio destino.
I giovanissimi santi sono invece tesi sul filo del loro destino, che è spesso un destino di morte. Il poeta tedesco R. M. Rilke scriveva che ogni uomo porta dentro di sé il sentimento della propria morte: essa in qualche modo vive nell’interiorità prima ancora che siano razionalmente visibili e riconoscibili i sintomi esteriori della malattia o le condizioni pratiche del suo verificarsi. L’attesa della propria morte in queste figure di santi si fa da un lato acuta e surreale, dall’altro esistenzialmente molto concreta e, come si è detto, persino ironica. Il senso del destino che non arriva ancora si trasforma in una sorta di germe di nietzscheana volontà di potenza: una sorta di esasperata aspirazione eroica, la brama di essere amati e ricordati per sempre, con la lancinante precognizione, però, dell’inevitabile fallimento destinale di questi propositi di gloria: della loro caduta e del loro disincanto. La persona (del santo) si configura così come concreta apertura verso un’infinita serie di possibilità di vita, e insieme come la finitissima cesura di queste stesse possibilità.
Le strutture del reale - sia in senso ontologico, sia in senso pratico – determinano dunque il nostro destino. Ma se questo fosse inteso più nel senso della destinazione, della meta da raggiungere e verso cui siamo diretti, quasi inconsapevolmente mossi - come potrebbe essere l’indirizzo tracciato con la penna su una cartolina postale? Anche noi ci sentiamo destinati verso qualcosa, magari qualcosa che ha perso (nel e col tempo) la propria certa e consistente dimensione reale: ed è possibile un confronto tra la tragicità concreta del destino vissuto dai santi-persone e quella ontologica che riguarda il nostro secolo e la nostra storia.
Ma è poi questo, in qualche senso, lo stesso destino dell’arte contemporanea. Quando questa si riconosce finalmente per ciò che è (disincantata, tragica, ironica e pur sempre poetica), si fa carico di una tradizione ed è costretta, nello stesso preciso momento, a tradirla, a gettarla in un abisso di memorie, ricordi personali e poetiche (forse fortunatamente) perdute.
L’arte prende coscienza del suo essere “opera”, lavoro, (in questo caso) frutto della tecnica, della manualità e del pensiero costruito. Entra nel mondo delle cose reali determinandosi già, da se stessa, come manufatto e artificio, e non più iperrealistica illusione di realtà.
Non c’è illusione residua possibile per l’arte (e dall’arte), come forse non c’è più per l’uomo del ventunesimo secolo. Se non, forse, attraverso questa sua parossistica discesa nella materia, il ridimensionamento degli orizzonti ideologici e una ritrovata fiducia nelle piccole esperienze quotidiano. All’arte non resta, insomma, che farsi e riconoscersi come frutto del secolo.