|
galleria
video
letture |
|
LE SOTTRAZIONI DELLA CONSAPEVOLEZZA
Gianluca Marziani, 2004
A Bernardo, mio figlio…
Chiese…
Verduno: una chiesa sconsacrata del 1600 dove Valerio Berruti vive, riflette e crea le sue opere pittoriche. Sant’Agostino a Pietrasanta: un’altra chiesa dove l’artista allestisce nove tele di grandi dimensioni per un progetto che sovrappone, secondo gli usi della sua progettualità, le molteplici facce di varie tensioni morali.
Fanciullezza…
Una dialettica architettonica da cui ricavo la personalità pittorica di Berruti: dalla vibrazione ascetica del tratto alla risoluta povertà di una grammatica che riduce la figurazione ad incastri tra contorni netti e campiture monocrome. I protagonisti in scena hanno nomi da santi eppure risultano, semplicemente ma non banalmente, ragazzini e ragazzine senza enfasi hollywoodiana, bambine e bambini di una normalità che tocca ognuno di noi, i nostri album fotografici, i ricordi evanescenti degli immancabili scatti familiari che scivolano lungo il tempo delle memorie. Non a caso esistono alcuni quadri con gruppi di famiglia nelle classiche formazioni in posa, a ribadire dove ci “fermiamo” quando non basta la parola e la carta chiede immagine. La gente in scena osserva noi spettatori e il fotografo ideale che li sta immortalando, forse per sempre, forse per il tempo storico della pittura. Una visione del mondo da cui l’artista sottrae qualsiasi impeto mondano, ogni richiamo ad una prosa a cui tutti appartengono fuori da quel lungo istante pittorico. E’ come se la realtà si prosciugasse dai suoi liquidi artefatti, eliminando i segni del ricatto didascalico, cogliendo gli organi essenziali del racconto, le tracce di una memoria collettiva su cui applicare le fisionomie del proprio album mentale.
La consapevolezza della luce…
Nel buio localizzabile prendono forma le tensioni etiche di Berruti, la sua energia che si irradia tra due spazi dal valore simbolico ma anche concreto, fisicamente percepibile, non certo casuale come ogni destino a cui offri la tua visione profonda. Otto tele bucano il buio per darci il senso di un lento passaggio in avanti, di una materica consapevolezza dello sguardo che chiede spirito e corpo. Il bambino guarda qualcosa che non capisce ma sente irrazionalmente, si lascia trasportare dall’esperienza sottile di un amabile enigma. La chiamata profuma l’aria e si distende in otto momenti sequenziali. Lo spettatore cammina in avanti e distribuisce il proprio sguardo sul bambino dalle pose normali ed evocative. Arriva in fondo, gira lo sguardo e scopre, alta e gigantesca (sei metri per sei metri su tela grezza), la figura del bambino in un gesto semplice ed assoluto. Il suo corpo sembra volare con le braccia aperte, solo e totale nello spazio sconfinato degli orizzonti futuri. Spinge oltre i muri, oltre la tela, oltre il colore, oltre il richiamo iconografico alla crocifissione…
A proposito di dubbi…
Per ponderata volontà laica non credo a lacrime e sangue su corpi non vivi, nè immagino fisicità evangeliche che si prospettano davanti alle pupille di una pubertà esibita e felice. Lascio ad altri il senso del miracolo e la convinzione dogmatica che una luce mistica attiri gli occhi oltre la norma. Però, con la consapevolezza bobbiana del dubbio, mi astengo dal darmi risposte senza appello. E, soprattutto, alimento il rispetto per la libertà altrui, per il mistero inconoscibile, per i limiti personali (i miei per primi) di cui sono cosciente, giorno dopo giorno, evento dopo evento, errore dopo errore.
A proposito di certezze…
La luce indefinibile, meglio vissuta dopo una recentissima paternità, appartiene solamente agli occhi dei bambini. Nessun adulto la possiede nella sua nettezza impalpabile, proprio perché l’esperienza mette nuove tonalità nel colore puro, aggiunge l’interpretazione che approfondisce le pelli ma allontana dalle caverne nascoste dell’istinto.
Le sottrazioni della consapevolezza…
Otto passaggi per una “chiamata“ verso la nona tela. Lungo lo spazio logistico scorre il bambino con la sua essenzialità pittorica, richiamando il proprio presente e il comune futuro nella sequenzialità di un montaggio dai modi filmici. La quadratura razionale dei passaggi ha il motore letterario di un Raymond Carver che innalza la banalità del gesto domestico, dell’errore quotidiano, dei modi prosaicamente invisibili. Percepiamo una narrazione dal ritmo minimale (non minimalista, sia chiaro) che scandisce la vocazione di ogni soggetto (il bambino, gli altri bambini ipotetici, i singoli fruitori reali) nel mondo che è stato scelto, carezzato con grinta, catturato con l’estasi della volontà. La vita quotidiana resta tale sopra la pelle del bambino, ricordandoci il colore delle luci nascoste, degli abbagli improvvisi, di certo rivelarsi inaspettato. La chiamata è così: captare il momento sottile in cui si accende la propria luce. Un flash semplicissimo eppure difficilissimo, lungo e veloce nella sua bellezza onesta.
Otto sguardi per Bernardo…
Sovrappongo lo sguardo di mio figlio al fanciullo pittorico di Valerio Berruti. Metto la mia visione del Bernardo futuro sopra l’incedere magico di quel bambino dentro il colore. Oggi conosco gli occhi di mio figlio, il suo sguardo davanti ad un mondo che prende forma quotidiana e cresce come un Lego di memorie montanti. Provo ad attaccarmi da scalatore dietro le sue pupille ancora linde. Mi fermo, minuscolo e modesto, sul bianco algido dei suoi occhi, quasi fossi il corpo che scala uno schermo filmico dal retro. Osservo il mondo assieme a lui, giochiamo a guardare le cose vive, decodifichiamo strani contenuti sopra le più ovvie presenze del reale. Bernardo mi spiega lo scheletro di ogni cosa, mi rende un adulto maturo che butta il superfluo, i sogni infranti, le passioni sbagliate. Capiamo cosa fare del nostro sguardo, come inventarci la bellezza in ogni istante, dove ritrovare il profumo dell’ossigeno. Voliamo sul fango, camminiamo nel cielo, corriamo nel buio totale, ci fermiamo tranquilli dentro l’uragano. Una “chiamata” fantastica dentro la vita degli istinti consapevoli, nella memoria universale che torna indietro, fino agli insediamenti preistorici, al primo sasso che ancora pulsa sul suolo di Matera. Mi sembra di volare sopra i Sassi materani assieme a Bernardo (ritratto da Pino Oliva, un artista molisano che ha inventato un Bernardo digitale sul cielo sopra Matera). Lento e altissimo sopra il luogo delle radici umane, su quei colori in cui rimembro impasti pittorici, tele grezze, strati e imperfezioni, scrostature e vuoti come nelle tele poetiche di Berruti.
La luce plausibile della nona tela…
Carezzo gli occhi di Bernardo e capisco il segno del sogno. Un viaggio nel buio della notte densa, proprio come il bambino pittorico che vede la luce della chiamata e immagina qualcosa che resterà dentro la sua memoria. Mi sveglio con la scrittura e sogno quella scalata sugli occhi di mio figlio. Comprendo che l’esperienza, figlia di vocazioni ed inciampi, serve a farti guarire ma prima richiede prove di forza, tentativi, ferite, sangue. La vita vissuta non offre sicurezze e vuole una catena di dubbi profondi, ribadendo quante luci dobbiamo attraversare mentre ci scontriamo col buio.
Mentre una musica ci accompagna tra i quadri…
Dopo la chiamata ecco un pianto che è come un sorriso. Il più bel pianto del mondo, identico al bimbo che apre “Isn’t She Lovely” di Stevie Wonder, la canzone della mia aorta, la nota di passione che mi rende vivo, ogni volta come la prima volta. Ad ognuno la sua luce: a me quella di Bernardo e della musica che colora il mio mondo e le mie incertezze. Assieme a noi, per questo viaggio momentaneo, le tele di Valerio Berruti, la storia del suo piccolo “figlio”, il viaggio verso una luce che ci accingiamo ad annusare…
Buio dilagante, luci sulle tele, una musica nell’aria che nasce assieme ai quadri e li accarezza in questo percorso a Pietrasanta.
Ad ognuno la propria chiamata: qualunque essa sia, da dovunque essa provenga, in qualsiasi modo essa si manifesti.
|
|