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Sono affari di famiglia
Luca Beatrice, 2003


Passata indenne da crisi strutturali e rivolgimenti epocali, la famiglia continua a essere il nucleo forte su cui si fonda il nostro sistema occidentale, e non solo. C’è stato un tempo, gli anni della contestazione giovanile con tutte le sfumature del caso, che vedeva nella famiglia lo specchio, in piccolo, di un’entità chiusa e repressiva, riflesso delle società reazionarie, idea che si animava nelle letture della post beat generation (“Quinto: uccidi il padre e la madre”) o nell’assunzione di un testo “sacro” all’interno del pensiero marxista, “La morte della famiglia”.

Per chi si è formato nella stagione dei grandi cambiamenti, rivolgere il proprio sguardo al di fuori era un’impellente necessità, un superare il recinto dei rapporti di genealogia e parentela: come cantava il grande Giorgio Gaber “il giudizio universale non passa per le case”, perciò il luogo della libertà stava fuori, era la metafora di un cordone ombelicale reciso per sempre, l’ingresso nel mondo degli adulti dove ciascuno poteva considerarsi libero per sempre, soprattutto di trasgredire quelle regole che la famiglia gli aveva imposto, marcando così il proprio desiderio di diversità.
Eppure c’è chi ha continuato a vedere nella famiglia un micro-mondo autosufficiente, un sistema parallelo in grado di bastare a se stesso, una società con le proprie regole e i propri valori capace di costituirsi in quanto nucleo primario. In fondo Alex Katz non ha mai dipinto niente altro se non la propria famiglia -la moglie, i figli, più tardi i nipoti- oppure altri gruppi ristretti di amici simili a lui e ai suoi cari per gusti, attitudini sociali, modelli di comportamento: un’unica grande famiglia fatta da persone di una sola tribù, “ovviamente il suo palco personale che sarebbe stato ampliato piuttosto che contestato dalla sua cerchia di colleghi e amici” (1).

Già nel 1961 con “Ada, Alex and Vincent”, Katz esprimeva la linea guida di quella che sarà la sua pittura per oltre un quarantennio: un quadretto arcadico – bohemien (gli attori potrebbero essere quei BoBos che vanno di moda oggi in America), probabilmente ispirato a una di quelle foto che i padri di famiglia portano con sé nel portafoglio. Una pittura magra, antiretorica, “la sua abile e umile pastorale della fine degli anni ’50 e dell’inizio degli anni ’60 suggeriva una nuova specie di intimismo indoor/outdoor che aveva respirato qualcosa dei ritmi da conversazione del jazz be-bop, del design affusolato, della frange più ricercate della cultura Beat, della poesia della New York School, del fenomeno Frank O’Hara, e, last but not least, dell’esempio ineguagliabile di Fairfield Porter, il grande tradizionalista – anticonformista della pittura americana del dopoguerra” (2).

Dall’inizio della sua attività Alex Katz ha dipinto centinaia di ritratti dei propri familiari, in particolare della moglie Ada che resta tuttora la sua modella preferita. Come ha scritto René Ricard, “Warhol stava facendo Liz e Katz stava facendo Ada” (3), simbolo privato della generazione cocktail party con una visione edonistica della vita, di cui più avanti il figlio Vincent (anche lui intellettuale cool, poeta e scrittore) erediterà i tratti genetici.
Alex Katz è oggi un artista di grande successo, pur avendo più di settanta anni e essendo arrivato tardi alla considerazione del pubblico. Che il consenso gli sia sopraggiunto proprio ora non è casuale, e non è certo da attribuirsi al fatto che egli sia un artista tradizionalmente figurativo. Sbaglia cioè chi ne legge pedestremente la matrice iconografica interpretandolo come un pittore di ritratti. Semmai è importante considerare Katz in quanto precursore di un desiderio, più che di una necessità, di riportare il punto di osservazione della pittura all’interno di sé, lontana anni luce sia dall’eroismo di matrice pollockiana, sia dalla frenetica contaminazione con i new media in stile pop. Katz gode di attenzione soprattutto in Italia e molti giovani si sono sentiti autorizzati a elaborare le forme ritratto e paesaggio da quando il maestro è stato introdotto nell’olimpo dei (pochi) pittori che contano. In realtà uno dei pochi che sembra averne capito la lezione, attualizzandola al suo tempo e adattandola alla propria way of life, è Valerio Berruti, nonostante a prima vista non vi sia alcun punto di contatto.

Berruti, infatti, è un giovane purista (con punti di riferimento che vanno da Morandi a Ozenfant) che rifiuta la banale figurazione fotografica, per insistere invece sul concetto di stile che concede alla pittura alte possibilità di rimeditare su se stessa. La chiave consiste nel tentare una cifra nuova e originale servendosi di mezzi che appartengono alla tradizione, come la stesura a fresco su tela di juta non preparata. Questo approccio dichiaratamente distante non vuole essere né anacronistico né retrò, ma certamente cool e provocatorio. Infatti la pittura di oggi ha sorpassato la magniloquenza dell’immagine e si sottrae a una lettura troppo cronachistica o generazionale. Per Berruti la pittura è più che mai un affare di famiglia, qualcosa che discende da geni predeterminati, appannaggio di una piccola tribù di accoliti dotati di una certa sensibilità e cultura. A Valerio piace guardare dentro sé, in quel apparentemente ristretto universo da bon vivant, gentiluomo di campagna amante del vino e della cucina. Verduno, il piccolo paradiso nel cuore delle Langhe, è come la campagna del Maine per Alex Katz, territori che “liberano” la pittura dalla necessità di un soggetto e della frenesia temporale, e “raccontano” impercettibili spostamenti di senso ricreando al nostro occhio una progressiva sensazione di familiarità.

Le sue Ada, i suoi Vincent stanno in vecchie foto di famiglia scattate a scuola o alle colonie estive, in gita domenicale o in posa rigida davanti all’obiettivo. Non sono state scelte a caso –mi ha raccontato Berruti- ma appartengono a famiglie che, per un motivo o per l’altro, hanno significato qualcosa nella sua vita. Lo stile minimo ed essenziale si incontra alla perfezione con l’assolutezza di queste immagini. L’artista organizza gruppi di persone a sottolinearne il legame intimo e la consanguineità, intitolando questo nuovo ciclo “Family Values”. Mi spiega di aver voluto utilizzare tale termine mutuato dall’economia e dalla finanza proprio per sottolineare “il valore” dell’ipotesi familiare come contraltare di un mondo che ha perso qualsiasi credo nelle macrostrutture, che ha visto crollare gran parte delle utopie e dei sogni e che dunque ha bisogno di recuperare un centro partendo dal quotidiano, dalla storia personale di ciascuno.

Le persone che Berruti ha ritratto sono anonime, eppure sembrano appartenerci. E’ vero, questo discorso potrà far sorgere in qualcuno il sospetto di un restringimento dei propri obiettivi, forse una rinuncia o una chiusura. E allora qui l’arte diventa politica, capace di esprimere comunque una condizione epocale autentica. Mentre Alex Katz continua a ritrarre Ada e Vincent, Lou Reed e Laurie Anderson vanno in tour assieme; Timothy Greenfield-Sanders, il grande fotografo delle celebrities newyorkesi, ha trasmesso la passione dell’arte alla figlia Isca la quale, a sua volta, si sposa con Sebastian Blank, giovane pittore, per anni assistente proprio di Katz (4).

Sono tutti affari di famiglia, ma più che altro è un credo laico senza tempo. Nella famiglia, appunto, e nella pittura.

Note
1) Kevin Power, Giorni piacevoli e decorosi di chiacchierate: Alex Katz in compagnia dei poeti amici, in “Alex Katz”, IVAM, Valencia 1996. “It is, of course, his own personal nostrum but it is one that would have been extended rather than disputed by his circle of friends and colleagues”.
2) Lisa Liebmann, La convivialità degli affetti, in “Alex Katz”, Galleria Civica, Trento 1999 (cat. Hopefulmonster, Torino). “His deft, humble pastorale from the late 1950s and early 1960s suggested a new breed of indoor-outdoor intimism that had inhaled something of the conversational rhythms of bebop jazz, streamline design, the fancier fringes of Beat culture, New York School poetry and the Frank O’Hara phenomenon and, last but not least, the unique example of Fairfield Porter, the great off-beat traditionalist of postwar American painting”.
3) “It’s just that Warhol was doing Liz and Katz was doing Ada”. René Ricard, Alex Katz Paint a Picture, Cooper Union, New York 1985. Cit. in K. Power, nota 1.
4) Per onestà critica, traggo questo suggerimento da uno scambio di e-mail con l’amico e collega Demetrio Paparoni

 

 

 

Il pittore mangiapreti che dipinge i santi.
Davide Rondoni, 2003

Valerio ha lo sguardo chiaro, un po’ smarrito e un po’ febbrile. Oscilla nei modi tra lo scafato e il bambino. Come la sua pittura. Che ha dentro un’esperienza di secoli e un gesto stupendamente infantile. Non solo perché ritrae bambini (soprattutto) dando loro il nome di santi. Ma perché c’è in lui una giovinezza dell’ arte che somiglia a quella che si incontra, indipendentemente dall’ anagrafe, in artisti autentici, giovani o anziani.
Parla molto, ha un mondo che gli preme dentro. Lo ascolto nel suo musicale accento di Langa, quello che amava Pavese. Abbiamo un buon rosso davanti e un paio di piatti variopinti in questo splendido ristorante pugliese di Milano, con Gigi d’Alessio in foto sui muri e in carne e ossa all’altro tavolo. L’Italia è bella perché è varia.

Valerio Berruti vive in una chiesa sconsacrata che ha rimesso in sesto in un paesino di quattrocento anime vicino ad Alba, a Verduno. È un paesino tra la San Paolo e la Ferrero. Quelle due presenze lo hanno segnato. E infatti ce l’ha con la chiesa e con il capitalismo. E ce l’ha con i suoi compaesani, con quella gente di cui non sopporta i modi da provincia colonizzata. Si sta costruendo un mondo dove dare vita a ciò che gli ha comunicato solo morte, noia e stupido ossequio. Racconta.”Mia madre, grande acquirente di Famiglia Cristiana, mi diceva “metti a posto la stanza, che se arriva qualcuno…”. E io le dicevo: “Ma chi vuoi che arrivi alle quattro del pomeriggio a Verduno?”!
Ha esposto a Soho, a New York, e ora è nelle mani di una delle più serie gallerie milanesi. Vende, comincia ad avere il giro. “Devi accettare – mi dice, - che vendere è l’esito naturale del fare opere d’arte. Non creo i miei quadri per tenermeli intorno. Io sono contento di sapere che vengono comprati ed esposti dalle fondazioni bancarie, non nelle casseforti ma esposte. O ancor più se finiscono in una casa, tra la mensola e il salotto. Insomma, tra la le cose della vita. Io preferisco, però vendere i miei quadri in modo “emozionale”. Ho venduti per un niente dei miei quadri che valevano molto di più perché mi sono stati chiesti da persone che mi hanno colpito. E ho rifiutato il fatto schifoso e pazzesco che su una famosa rivista d’arte patinata uscisse una mia recensione favorevole in cambio di tre milioni. C’è un mondo dell’arte dove fanno il “trenino”: si fan tutto tra di loro, i pittori lavorano per i critici e i critici lavorano per i pittori… a me invece interessa Louis Amstrong: un musicista che diceva qualcosa al raffinato intenditore, ma che sapeva arrivare a chiunque. Oggi, invece, la gente è lontana dall’esperienza artistica.

E poi mi fanno incazzare i galleristi che pagano al centimetro”. Forse gli inesperti d’arte non lo sanno , ma il mercato dell’ arte valuta i quadri degli autori contemporanei a misura (un quadro di due metri vali più di uno di venti centimetri. La misura viene moltiplicata per un fattore di valore dell’artiste, un coefficiente di valore di mercato, e così si ha il prezzo. E tu valerio, gli chiedo, che coefficiente hai? Un buon coefficiente, ridacchia,2,1.
Ecco, nel formalismo e nel moralismo vuoto, nel ritualismo anche artistico, come accade spesso nella storia – un nome solo, Rimbaud – ci sono le condizioni perché sorga un artista. Ma l’insofferenza non basta creare un artista. C’è un mistero sotto. Quel mistero, ad esempio, che poi fa dire a Valerio Berruti, coi suoi occhi chiari, “per me la famiglia è sacra”…
Ma come, sembrava essere il crocevia di tutto quel che non sopporti… O l’aver cercato nelle foto del cimitero dei suoi paesi i volti per la sua prima esposizione, proprio le foto di quel popolo che non sopporta… C’è un mistero, una specie tenerezza verso la vita, che anche nella furia cerca di esprimersi. Lui dice: il segreto dell’arte è la memoria. La poesia, gli dico riandando a Bigongiari e al suo Campana, attiva sempre una specie di memoria che non ricorda.

C’è un mistero nell’arte. Non è solo eccentrica stramberia, quel che ha fatto prendere in mano a Valerio con entusiasmo pagano le vite dei santi, grandi storie di fantasia, grandi storie popolari, che sono diventate la sua principale fonte di ispirazione. Quelle storie sono solo un pretesto, continua a ripetere, io non ci credo.
E si mette a raccontarmi la vita di alcuni santi. Si scalda. Sono splendide, dice, ma sono tutte false, inventate per ingannare la gente, per tenerla buona. Per questo io ce l’ho con i preti. Vabbè che ora tanto non ci crede più nessuno. Io ci credo, lo interrompo. E questa chiarezza aiuta il colloquio, si schiariscono gli occhi, si approfondisce il vino.
Oltr che per le arrabbiature, lo sguardo di Valerio schiarisce quando curva in avanti sui bicchieri e sui piatti svuotati e mi parla della tecnica dell’affresco. Hai poco tempo,dice, perché il colore deve entrare nella materia, non rimanere sopra. E vedi la differenza di unione tra un punto e un altro, qui il colore cola di più, la di meno…
Quei suoi bambini, messi su un fondo di juta lavorata con la tecnica dell’affresco, hanno qualcosa di Giacometti (un artista caro a Berruti). C’è una specie di epica del normale, o di eroismo del semplice che arriva dai suoi lavori. Oltre a Giacometti, naturalmente si va a Morandi. C’è forse un destino scritto nel suo nome: Valerio, come se il suo gesto attento e naturale di pittore, fosse chiamato a far valere, a dare un valore a quel che non sembrerebbe importare. A ricordarci. Mettendoci dinanzi l’infanzia con un nome santo, che la vita è fatta per un destino grande, e che l’esistenza è una semplicissima epica.

 

 
 
   
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